E io, che riguardai, vidi una insegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogni posa mi pareva indegna;54
e dietro le venia sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.57
Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltà il gran rifiuto.60
Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta de’ cattivi,
a Dio spiacenti ed a’ nemici sui.63
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi, stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.66
Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, ai lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.69
Appena varcata la porta, Dante vede una fila interminabile di anime che corre dietro a un’insegna senza mai fermarsi. Sono gli ignavi, che in vita non presero mai parte. È il contrappasso, la corrispondenza fra la colpa e la pena: chi non seguì una bandiera ne insegue una per sempre. Chi visse una vita piccola è punto da vespe e mosconi (vv. 64-66). L’insegna della tavola è senza emblemi, perché il testo non ne descrive. Dante riconosce un’ombra (vv. 58-60), ma il poema non ne fa il nome.
Nel libro: Inferno III, La porta e l'Acheronte: gli ignavi e Caronte, p. 31